Il 2018 è stato “l’anno del grande reset” tra innovazione e digitale

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Così è stato definito in occasione dell’apertura di DIGITAL ITALY SUMMIT 2018, dove il Presidente di The Innovation Group Roberto Masiero ha presentato il Rapporto annuale DIGITAL ITALY 2018: Costruire una Nazione Digitale, edito da Maggioli Editore. Il report è stato realizzato con l’obiettivo di identificare le possibili direttrici dell’innovazione per il Paese, un processo in cui il digitale ha un ruolo di primissimo piano.

Quello che esce fuori dal rapporto è che il 2018 è stato l’anno in cui abbiamo vissuto una vera e propria “tempesta perfetta” dovuta a diversi motivi e cause. Ci sono state le profonde trasformazioni economiche e sociali indotte dal digitale, queste però sono avvenute all’interno di un momento economico di flessione a livello internazionale, che si è fatto particolarmente sentire nel nostro Paese. Da qui la definizione, per il 2018, che lo indica come “l’anno del grande reset”.

 

Per quanto riguarda i fattori di discontinuità, questi sono stati diversi: tecnologici, economici e politici.

  1. L’economia dei dati è diventata “reale”: l’economia dei dati, delle piattaforme e l’Intelligenza Artificiale hanno assunto rapidamente un ruolo chiave nella trasformazione dei modelli di business delle imprese e nella nascita di nuovi Ecosistemi.
  1. Molti episodi, come il caso Cambridge Analytics, hanno mostrato in tutta la sua evidenza la precarietà di questo nuovo mondo finora privo di regole chiare e condivise. Il GDPR ha cominciato a mettere ordine in questa specie di Far West dei dati e a proporsi come la baseline della regolamentazione a difesa della privacy non solo in Europa ma sui mercati internazionali, imponendo però un salto qualitativo nei sistemi di controllo della Imprese e delle Pubbliche Amministrazioni.
  1. Frammentazione nel mondo delle imprese e discontinuità nel mercato del lavoro: Gli ultimi dati Istat evidenziano da una parte il recupero dei livelli di occupazione – salvo una battuta d’arresto nell’ultimo trimestre – ma dall’altra una profonda trasformazione del lavoro, in cui si diffondono sempre più forme di lavoro flessibile e/o precario, mentre il digitale tende a dissolvere la distinzione fra molte forme di lavoro manuale e di lavoro intellettuale.
  1. Nel mondo della Pubblica Amministrazione si evidenzia un gap crescente fra le eccellenze digitali di alcuni territori e il “ventre molle” che caratterizza ancora la grande maggioranza delle situazioni, aggravata dal mancato ricambio del personale e dall’assenza delle necessarie competenze digitali.
  1. Nel nostro Paese infine il risultato elettorale dello scorso Marzo segna un completo stravolgimento dei vecchi equilibri politici e, dopo una lunga incertezza, l’affermazione di una coalizione di governo completamente nuova, con nuove priorità, nuove politiche e nuovi progetti, destinati ad avere una profonda influenza sul mercato e sull’industria del digitale.

 

 

Per Roberto Masiero, Presidente di The Innovation Group: “Il Rapporto si è proposto di cogliere questa tensione fra presente e futuro prossimo attraverso la combinazione dei risultati delle nostre ricerche e le testimonianze di molti protagonisti. Ne risulta un quadro articolato, uno spaccato del difficile processo di transizione del nostro Paese che richiede scelte chiare per una forte accelerazione del processo complessivo di innovazione digitale. Si tratta senz’altro di una grande sfida, dal cui successo dipendono gli equilibri finanziari del nostro Paese, la competitività delle nostre imprese e la sostenibilità delle nostre politiche sociali.”

 

E a proposito di imprese, sempre durante il DIGITAL ITALY SUMMIT 2018, sono stati presentati i risultati e i dati della ricerca “IT, DIGITALE E INNOVAZIONE”, anche questa realizzata da The Innovation Group. Si tratta di uno studio che si è concentrato sullo stato e le tendenze del settore ICT e del digitale, svolto intervistando i manager di 113 aziende presenti sul territorio italiano. Il campione delle aziende analizzate è composto per il 68% da grandi aziende, quelle cioè con più di 250 dipendenti, per il 24% da aziende di medie dimensioni e per l’8% da piccole imprese.

 

I principali trend e i risultati emersi sono stati i seguenti:

  • La funzione IT in azienda è sollecitata dal business soprattutto rispetto allo sviluppo di nuove applicazioni e funzionalità (67%), così come all’aggiornamento di sistemi e applicazioni (53%).
  • Per quanto riguarda la raccolta e analisi dei dati, queste attività non vengono comunemente sollecitate/attribuite dal business alla funzione IT: solo il 26% dei responsabili IT infatti, dichiara di essere coinvolto in attività di supporto nella reperibilità, raccolta e analisi dei dati interni e esterni all’azienda; questo può essere dovuto da un lato alla diffusione ancora contenuta di queste attività e in alcuni casi alla presenza, soprattutto nelle grandi aziende, di funzioni e figure specifiche dedicate.
  • Sembra quindi si stia delineando una dicotomia tra la richiesta del business in direzione dello sviluppo di applicazioni “data intensive” e l’orientamento più tradizionale delle strutture interne di IT, focalizzate soprattutto su iniziative nell’ambito del consolidamento dell’infrastruttura ICT (70%) e della razionalizzazione e ammodernamento del parco applicativo (65%).
  • La funzione IT continua dunque ad avere in azienda un ruolo orientato al miglioramento dell’installato, attraverso lo sviluppo di nuove funzionalità e all’aggiornamento di sistemi e applicazioni; gli investimenti nell’area dati tendono quindi a svilupparsi attraverso altre strade, spesso collegate direttamente alle funzioni di business.
  • La funzione IT continua inoltre ad accentrare la maggioranza della spesa ICT “nota” dell’azienda: il 64% delle aziende dichiara che meno del 10% della spesa IT è effettuata senza il coinvolgimento della funzione IT; sembra sfuggire tuttavia alla percezione la reale dimensione del fenomeno della Shadow IT.
  • L’attività di gestione e analisi dati da parte dell’IT ha ancora prevalentemente un taglio “tradizionale”, orientata soprattutto all’analisi interna dei “core data” (dati strutturati provenienti soprattutto dall’ambito finanziario e commerciale), con strumenti quali le piattaforme di Business Intelligence (55%) e con strumenti avanzati di Business Analytics (13%).
  • Si prevede d’altra parte che l’uso di strumenti più avanzati aumenterà nei prossimi anni, anche a fronte del fatto che il 36% delle aziende dichiarano di considerare in prospettiva i Big Data e gli Analytics come aree di maggiore investimento per il futuro.
  • Forte rimane la preoccupazione nell’area della Cybersecurity, che risulta una delle aree di maggiore investimento per il 35% delle imprese.
  • Il 27% di rispondenti hanno dichiarato di stare investendo in servizi di cloud computing, contro il 28% che afferma di stare investendo nell’ambito delle infrastrutture ICT in-house. Questo risultato, d’altra parte, può essere legato alla dimensione delle aziende intervistate e alla maggiore attenzione – in una logica cloud – ad investimenti ibridi, tra infrastruttura in-house e cloud.
  • Emerge dall’analisi una generale tendenza all’esternalizzazione dell’attività di software development, con il 61% della spesa rivolta all’esterno.
  • La parte più rilevante della spesa interna (40%) è dedicata al parco software esistente, mentre il 26% allo sviluppo di nuove applicazioni.
  • Al contrario, per quanto riguarda la spesa esterna, in questo caso «solo» il 30% è dedicato allo sviluppo del parco software esistente, mentre maggiore attenzione è rivolta allo sviluppo di nuove applicazioni. In questo contesto emerge dunque come le imprese intervistate stiano spendendo – sia internamente sia esternamente – soprattutto per il mantenimento e lo sviluppo dell’esistente, a discapito dello sviluppo di nuove applicazioni.
  • Quanto all’utilizzo di nuove metodologie e tecnologie per lo sviluppo software, il 45% dei rispondenti afferma di avere adottato (o prevede di adottare) la metodologia agile all’interno del proprio team, il 42% dichiara di utilizzare librerie software e API nella propria attività di sviluppo, il 28% dichiara di fare ricorso all’Open Source e il 22% al Devops.
  • Rispetto al tema delle competenze e delle figure professionali necessarie nel medio lungo periodo nell’ambito del digitale e dell’informatica, dall’analisi emerge come le aziende del campione prevedono di avere bisogno nei prossimi anni soprattutto di figure nell’ambito della cybersecurity (46%), della data science (39%), dell’IoT (15%). Solo l’11% ritiene che non vi sarà bisogno di nuove figure.

 

In sostanza quello che emerge dall’analisi è una fotografia dell’approccio e degli strumenti «tradizionali» utilizzati dalle funzioni IT; in alcuni ambiti cresce l’attenzione verso nuovi modelli di gestione e accesso alle risorse informatiche, ma queste restano relegate ancora ad ambiti non core.

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