Il nuovo Made in Italy verso l’innovazione digitale

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In Italia sembra essere arrivato un nuovo mantra produttivo che parla con una terminologia legata in maniera molto stretta ai termini connessi all’innovazione digitale per il Made in Italy. Da una parte c’è la dichiarazione del Presidente del Consiglio Gentiloni di pochi giorni fa e in occasione dell’inaugurazione della nuova sede del Cefriel: “Nasce un nuovo Made in Italy contagiato dall’innovazione digitale”. Dall’altra il consueto report annuale “L’Italia dell’Innovazione” di TalentGarden (TAG) che ogni anno analizza gli Hashtag più influenti. Per il 2017 the winner is #ai che sta per intelligenza artificiale.

Proviamo a vedere come, attraverso questi due differenti binari, si può tentare di tracciare una via, ed un percorso, che ci guidi verso i nuovi scenari dell’innovazione digitale per il nostro Made in Italy.

Partiamo da Gentiloni e da una sua dichiarazione sempre in occasione dell’inaugurazione della nuova sede del Cefriel: “Grazie al programma sull’Industria 4.0 abbiamo avuto nel 2017 un risultato straordinario con un aumento secco dell’11% negli ordinativi di macchinari e tecnologie 4.0”. Buone notizie, anche grazie al piano Industria 4.0 l’Italia ha fatto segnare delle buone performance e queste sottolineano come il Paese stia cogliendo le opportunità che si aprono grazie al nuovo Made in Italy fortemente contagiato dall’innovazione digitale.

Ma l’innovazione digitale è un fenomeno che richiede di essere gestito molto bene, perché il rischio è che si aprano, e in certi casi acuiscano, divari di natura non solo tecnologica ma anche sociale sul territorio e tra le persone. Servono investimenti sul capitale umano per far si che le persone – e il loro diritto di accesso al lavoro – siano tutelate nel migliore dei modi. In sostanza l’ipotesi più vantaggiosa è quella di una trasformazione digitale che sia foriera di grandi opportunità si, ma che venga gestita nel migliori dei modi possibili per evitare rischi di pauperismo digitale.
“La dimensione ci è nota, il rischio che si crei una sorta di frattura tra un elite cosmopolita padrona del linguaggio digitale e senza terra e dall’altra parte settori di lavoro legati al territorio ma sottoutilizzati, sottoformati dal punto di vista digitale – sempre secondo Gentiloni – Questa divisione è difficile da sostenere”.

 

 

Sull’altro binario troviamo invece il report annuale, giunto quest’anno alla sua quarta edizione, di (TAG) “L’Italia dell’Innovazione” che ha analizzato 1,5 milioni di tweet per capire quali sono stati i temi più discussi nel campo dell’innovazione. Stando ai dati contenuti nella ricerca di TAG emerge che gli hashtag più twittati e condivisi del 2017 siano stati, nell’ordine: #ai, #datascience, #iot, #bigdata, seguito da #blockchain, #fintech, #startup, #bitcoin, #cloud, #cybersecurity. Termini utilizzati soprattutto dagli influencer, nel settore dell’innovazione, che postano i loro contenuti su Twitter.
La vincitrice è l’AI. L’intelligenza artificiale è non solo, fuor di metafora, sulla bocca dei maggiori influencer italiani sul tema innovazione che “cinguettano” su Twitter – 116mila tweet nel 2017 – ma anche l’asset strategico per la competitività delle imprese nel prossimo futuro.

In conclusione, da una parte abbiamo la consapevolezza da parte di chi governa il paese, o perlomeno ha governato sino ad oggi, dell’importanza strategica che l’innovazione digitale ricopre nel sistema produttivo italiano – a tutti i suoi livelli -. Dall’altra abbiamo l’intelligenza artificiale che fa sempre più breccia non solo tra le conversazioni “in byte” degli esperti di innovazione, ma anche tra i sistemi di produzione, che sono sempre più smart e “autonomi”. Mettendo a rischio, per alcuni, il ruolo stesso dell’Homo Faber.

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