Come Amazon sta facendo fuori il settore del retail

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Una volta c’era il negozio di quartiere, bastava scendere le scale del palazzo, aprire il portone, uscire in strada e a pochi metri di distanza si potevano trovare molti piccoli esercizi che vendevano un po’ di tutto: dagli alimentari ai negozi di ferramenta ed elettronica. Ce n’erano per tutti i gusti e le necessità. Adesso al loro posto ci sono piattaforme digitali che propongono e vendono gli stessi prodotti, anzi molti di più – il fruttuoso concetto della coda lunga di Anderson – a prezzi inferiori. Di questo nuovo esercito virtuale di negozi Amazon è l’imperatore indiscusso. Gli altri seguono più o meno a ruota. Il cambio di paradigma del settore retail non sembra essere passeggero e, per molti, presenta anzi i caratteri del fenomeno permanente e in crescita.

Uno dei principali problemi che sollevano i giganti del commercio online sta nel fatto che la grande piattaforma digitale spesso non si trova sotto casa, questo non influisce sull’efficienza del servizio offerto – le spedizioni sono veloci, i pagamenti online sicuri, e i resi della merce semplici da fare – ma altera il sistema socio-economico di una specifica area. I negozi di prima chiudono, si perdono posti di lavoro, diminuisce il benessere.

In molti hanno iniziato ad accorgersene, il British Retail Consortium è un’istituzione che opera oltre manica in un mercato, quello inglese, in cui il retail si è sempre espresso molto bene. Questa federazione dei negozianti britannici alcuni mesi fa era stata lapidaria quando con una dichiarazione aveva decretato che, almeno in Gran Bretagna, entro il 2025 un terzo dei lavoratori impiegati nel settore del retail perderà il proprio lavoro.

 

La situazione in Italia

In Italia le previsioni non sembrano essere più rosee. Secondo una ricerca portata avanti dall’Ufficio Studi di Confcommercio, che si è basata sui dati resi disponibili dall’Istat, nell’arco di tempo che va dal 2007 (pre-crisi) al 2016 gli occupati nel settore del retail sono scesi del 7%. Ma da chi è rappresentato questo fatidico 7%? Prevalentemente da piccole attività indipendenti, quei negozietti sotto casa che forse tra un po’ non esisteranno più. D’altronde queste micro attività avevano già subito, negli anni, il contraccolpo dovuto alla crescita dei grandi centri commerciali. Questi avevano spostato il centro dell’attenzione del consumatore dalla piccola bottega al grande supermercato: scelta più ampia di prodotti e prezzi inferiori, un mix letale.

Il piccolo retail di qualità italiano si è trovato stretto nella morsa tra grande distribuzione da una parte e dagli shop online dall’altra. Tale situazione ha ridotto il suo margine di appetibilità e soprattutto il livello di competitività possibile su un mercato composto da big. Essere grande aiuta, e questo Amazon lo ha capito perfettamente. In America gli effetti della rivoluzione digitale delle abitudini di acquisto si sono fatti sentire prima, grandi catene come Macy’s, Sears a Abercrombie & Fitch, tra le altre, hanno optato per la chiusura di una buona percentuale dei loro punti vendita in giro per il paese. In un reportage fotografico pubblicato da Business Insider, volto a documentare questa “apocalisse del retail” gli scatti di luoghi abbandonati, una volta centro di scambi economici e relazioni, appaiono, oltre che spettrali, esemplificativi del profondo cambiamento in atto.

La macchina si è messa in moto, e il trend delle vendite online non sembra destinato a diminuire per il prossimo futuro. Secondo un’analisi realizzata dalla Confesercenti nel solo 2016 il retail italiano ha fatto segnare un calo delle vendite di circa 7,7 miliardi di euro. Mentre, dall’altro lato del fiume, l’ecommerce cresce, in Italia, il 17% all’anno.

 

Google Assistant e Amazon Go

La prossima grande scommessa di Jeff Bezos, fondatore di Amazon, è il progetto Amazon Go: servizio basato su una tecnologia in grado di permettere all’utente di fare la spesa senza effettuare il pagamento alla cassa, grazie ad un sistema automatico di rilevazione degli acquisti. È di pochi mesi fa l’annuncio della partnership di Amazon con Whole Foods Market, la grande catena di supermercati, che permetterà alla creatura di Bezos di testare effettivamente il funzionamento di Amazon Go.

Google, da parte sua, non è rimasta con le mani in mano e si è data da fare firmando un accordo simile con l’altro gigante della grande distribuzione americana che è Walmart. Il suo obiettivo è testare il servizio Google Assistant che si propone come assistente virtuale per gli acquisti dei consumatori.

 

Il rapporto che sembra delinearsi per il prossimo futuro tra il retail e l’ecommerce non è però solo antagonistico, ci sono molti punti in comune. In alcuni casi si sta assistendo ad una integrazione smart tra online e offline – come Amazon Locker che permette il ritiro degli oggetti acquistati su punti vendita fisici con cui la stessa Amazon ha sviluppato delle partnership – sia per il ritiro delle merci che per il versante experience. Altri, specialmente oltreoceano, stanno sperimentando una soluzione al problema delle taglie: predisporre spazi fisici dove indossare il vestiario per poi acquistarlo online. Così anche l’ultimo tabù, quello cioè della difficoltà di acquistare un vestito senza prima provarselo, potrebbe essere superato una volta per tutte.

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