Presentato il nuovo decalogo sui i rischi maggiori percepiti dalle imprese

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Secondo il nuovo rapporto stilato da Cineas e da Mediobanca, che ha indagato un tema sensibile per le imprese come quello del risk management, sarebbero dieci i rischi principali percepiti dalle medie imprese italiane.

Tra le novità evidenziate da questa ricerca c’è quella per cui le imprese sono cresciute dal punto di vista della gestione del rischio, infatti le aziende che gestiscono i rischi con una modalità più evoluta sono passate dal 17,2% del totale nel 2016, al 37,5% del totale nel 2018.

 

Campione, area geografica dell’indagine e aziende virtuose

Le aziende intervistate per gli scopi della ricerca sono state 308, operanti nei settori: alimentare, beni per la persona e la casa, chimico farmaceutico, meccanico e metallurgico, hanno un fatturato medio intorno ai 60 milioni di euro (58,2 milioni) e una media di circa 150 dipendenti ognuna.

Per quanto riguarda la loro distribuzione geografica le aziende più virtuose si trovano nel nord est d’Italia, seguite dal nord ovest e dal centro, mentre emerge un significativo ritardo delle aree meridionali. Infatti “Un’impresa su tre del Mezzogiorno non dispone di un adeguato presidio del rischio, contro la media nazionale di una su cinque imprese. I settori più virtuosi sono il chimico – farmaceutico e l’alimentare.”

 

Rischi percepiti dalle aziende

Tra le cose che preoccupano di più le imprese c’è la sicurezza sul lavoro, che in una scala da 0 a 100 è percepita come 100, quindi con il massimo valore e ritenuta perciò di massima importanza. A seguire ci sono la difettosità del prodotto e il cyber risk, con il valore di 91 su 100. Poi seguono il rischio reputazionale (84 su 100), la business continuity (82 su 100) e il rischio ambientale (81 su 100). Chiudono il decalogo dei rischi percepiti dalle imprese le competenze professionali (79 su 100), le catastrofi naturali (79 su 100), la compliance normativa (77 su 100) e infine l’imitazione del prodotto (64 su 100).

 

Il passaggio generazionale e la governance aperta

Tra le aziende intervistate, l’80% di loro considera il cambio generazionale come un fattore di elevata criticità. In linea di massima le medie imprese italiane hanno più o meno 50 anni di storia imprenditoriale e, se nel 41,3% dei casi alla loro guida si trova la seconda generazione di imprenditori, rimane un 34,9% di imprese guidate ancora dalla prima generazione.

Sempre dallo studio di Cineas emerge che da una governance aperta si ottengono delle performance migliori. Nelle medie imprese italiane la maggior parte dei CEO proviene dalla famiglia proprietaria dell’azienda (81%), mentre con il succedersi generazionale aumentano le possibilità che l’azienda assuma un CEO esterno alla famiglia, di solito si tratta di un profilo con un’età più giovane e una formazione universitaria. In termini di performance sono maggiori quelle nelle aziende in cui ci si affida a un CEO esterno, che hanno un ROI del 13,2% rispetto 10,2% della gestione familiare.

 

 

Il rapporto delle imprese italiane con l’Industria 4.0

Dall’indagine risulta che solo il 23,2% delle aziende intervistate ha investito in innovazione dei macchinari e dei processi, mentre il 36% delle imprese è completamente a digiuno, e non ha effettuato quindi nessun intervento. Anche qui però I dati evidenziano che le imprese che si sono attivate per l’adozione delle innovazioni tecnologiche hanno performance economiche migliori di quelle che sono indifferenti o in ritardo rispetto a Industry 4.0.

Una quota notevole di imprese che si è cimentata con Industry 4.0 (30%), lo ha fatto dotandosi delle skills necessarie tramite piani di formazione interna (già realizzati o in programma per il 77,7% dei rispondenti) o tramite acquisizione di risorse esterne specializzate (20%).”

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