Uber sta attraversando la tempesta perfetta

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Uber, in questo breve acronimo si può racchiudere la storia di una delle compagnie della Silicon Valley che è stata più di tutte le altre contrastata, a livello mondiale, per il servizio che offre ai suoi utenti. L’ultimo soggetto, in ordine di tempo, a mettere i bastoni tra le ruote alla Company californiana, e qui la metafora, considerato il servizio, sembra non essere assolutamente fuori luogo, e il TLF, o l’autorità di regolazione dei trasporti di Londra. Quest’ultima ha infatti annunciato di voler ritirare la licenza che permette di svolgere il servizio ad Uber. In questo senso Londra è uno spazio simbolico, l’onda perfetta, che rischia di affondare la multinazionale californiana.

La parabola di Uber è affascinante, startup nata nel 2009 a San Francisco, California, da un’idea del fondatore Travis Kalanick, con l’obiettivo di divenire la più grande azienda di trasporti al mondo senza possedere neanche un mezzo di trasporto. Non movimentando merci ma bensì persone. Se Darwin si potesse, oggi, concentrare sul fenomeno Uber probabilmente individuerebbe nel suo DNA una certa caratteristica, e voluttà, evolutiva della specie dei Taxi. Sono loro i soggetti, e la categoria, più colpita.

In termini di innovazione del servizio di trasporto persone, ciò che ha fatto Uber, è stato di mettere in contatto, attraverso una specifica app, i provider del servizio di trasporto, prevalentemente autisti di noleggio con conducente – i nostrani Ncc – con i passeggeri interessati al servizio. Questo semplice sistema digitale di prenotazione si è presto tradotto, a detta degli utenti, in un servizio più economico, semplice e veloce. E i tassisti di tutto il mondo si sono arrabbiati, portando la competizione dalle strade alle aule di tribunale, processo avvenuto anche in Italia.

Quello che succede in Inghilterra in questi giorni è però leggermente diverso e rischia di minare Uber alle fondamenta, in quanto gli viene revocata sia la licenza di operare, e messa sotto la lente dei riflettori per quanto concerne il trattamento contrattuale e lavorativo dei suoi dipendenti, driver. In realtà non sono dipendenti dell’azienda ma liberi professionisti. Una sentenza della Corte Britannica dello scorso ottobre aveva stabilito che Uber doveva avere dipendenti e non liberi professionisti come lavoratori che forniscono il servizio messo a disposizione attraverso la sua App.

 

Il tweet dello Chief Executive di Uber Dara Khosrowshahi, e il commento di Paul Mason, giornalista e commentatore radio della left-wing britannica, e culture and digital Editor per Channel 4, in appendice. Spiega un po’ l’atmosfera – conflittuale – che si respira a Londra.

 

Uber tweet

 

Uber, nella capitale inglese, impiega 40mila lavoratori, non assunti dalla compagnia. Il tema è globale: precarizzazione, assenza di tutele contrattuali, riforme del lavoro.

 

In una dichiarazione rilasciata al quotidiano britannico The Guardian, il general manager di Uber a Londra, Tom Elvidge, ha detto “Noi abbiamo sempre la volontà di parlare e confrontarci con il TFL e il Sindaco di Londra. Ma non ci sono state richieste nessune modifiche del servizio, ci piacerebbe sapere cos’è che possiamo fare per migliorarlo. Questo processo richiede un dialogo che purtroppo ultimamente non siamo riusciti ad avere.”

Un confronto, per cui oggi, non sono state ipotizzate date precise. Nel frattempo è uscita una lettera di scuse scritta da Dara Khosrowshahi, nuovo CEO di Uber, e pubblicata sul giornale britannico ’Evening Standard. Un nuovo modus operandi della multinazionale californiana? Che prima non aveva mai chiesto scusa? Forse prevarrà la logica di Darwin, e di una sua celebre frase “Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento.” O forse no!

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